L'idea di Nuova Comunicazione che mi ero fatto nel 1995/96 assomigliava molto all'immagine qui sopra. L'informatica era dilagata nella vita di ogni giorno, e le cose semplici venivano complicate mentre quelle complicate si semplificavano. Ma una cosa sembrava chiara a tutti, niente sarebbe stato più come prima, il villaggio era globale PER DAVVERO, nel bene come nel male. |
Trieste, Aprile 2004. - E' stato nel 2002, ho incontrato una delle figure chiave della vicenda Nuova Comunicazione. Molto simpatico e dinamico come suo solito, mi tratto' con spietata, compassionevole gentilezza, si informo' se avevo lasciato le cattive compagnie di un tempo e sintetizzo' il mio attuale destino con l'editto "ai tempi eri il piu' quotato ed il meglio preparato art-director triestino" lasciando sottintendere che "ormai" ero "vecchio", tecnologicamente non aggiornato e che lui e' un cacciatore di teste. - Gli chiesi se sapeva cosa sapevo fare con il computer, mi scrollai di dosso quel senso di gratitudine mal riposta per uno che, in definitiva, non mi aveva versato parte dei contributi dovutimi e che aveva gestito male la fatica di collaboratori ed amici. Lo salutai, erigendo fra me ed il suo atteggiamento la barriera riflettente che uso adoperare dinnanzi agli sguardi pietistici di chi usa il prossimo suo in difficoltà come carta igenica per dare una lustrata all'ego.
M'e' capitato spesso, soprattutto a Trieste, ma non me ne curo: non e' certo dalla triestinita' moderna che ho avuto le cose importanti, semmai glie le ho date, a questo pozzo senza fondo di insoddisfazioni esistenziali, grandi visioni panoramiche che non coincidono con le vie ottocentesche intasate di automobili. Ora che so', che non ne vale piu' di tanto la pena, che all'avido "trapoler" non basterebbe mai, e che c'e' un limite al mio attaccamento alle origini, sono piu' tranquillo. Mi godo il mio mare, il mio Carso, la mia casa con la mia fidanzata, contemplo le mie belle facce un'po' giuliane, un'po' dalmate, un'po' crucche, un'po' furlane, molto balcaniche e poco, troppo poco africane, che un' po' di sangue forte non guasterebbe, magari con un bel "ciodo piantado in testa" (pensiero di nonna Miretta, pace all'anima sua).
- Quanto a me, per ora, figli non ne faro': troppo difficile per uno che non sa' vivere, senza soldi ne titoli di studio; anche se padre lo sono stato, in qualche modo. Super partes, magari, ma di rincalzo ai padri "naturali" assenti, latitanti, ed al fianco di quelli meritevoli, presenti, spesso al costo di una disoccupazione. E per quel che riguarda il mio figlio interiore, l'ho educato a girare il mondo in lungo ed in largo, sono entrato nelle aziende e nei palazzi del potere economico e finanziario, ho interloquito con sistemi complessi senza perdere in spontaneita', sincerita' e presenza. Non mi sono indebitato, non ho fatto passi piu' lunghi della gamba mia o dei clienti ed ho sempre pensato (fino a prova contraria) che cio' che mi veniva detto fosse vero. Ho sbagliato?
- Da un punto di vista economico, senz'altro. Da quello esistenziale non direi. Se adesso passo un'pò ovunque per "rompicojoni" vuol dire che sono riuscito ad evitare il condizionamento decadente, "fin-du-siecle" che imperversa in questa arrogante, post-moderna civilta' contemporanea fatta di pavidita', trapolerismo, terziario indietreggiato, caporalato e menzogna, circonvenzione d'incapaci "d'intendere e di volere" lobotomizzati da masse mediatiche che rotolano come valanga nella quotidianita' della gente semplice sommergendola.
- Sono ancora qui, nonostante gli innominati di turno, i pestaggi fisici ( si, fisici: l'unico posto al mondo dove sono stato più volte picchiato, alla faccia della concezione di sé che in molti hanno da queste parti ) e morali, nonostante i nemici che mi sono fatto fra rossi, bianchi, neri, guardie, ladri, medici, pazienti, uomini, donne e gay. E sono certo di non essere solo, unico, piuttosto uno che ha le parole per dire il sentimento diffuso di una generazione, di una mentalita' di un gruppo. Ma qui, ed ora, negli occhi di chi stà leggendo, c'è la prova che sono ancora qui, ora, negli occhi di chi stà leggendo (come nella fiaba del sig. Intento, o Intendo ).
- Da buon capro istriano, espiatorio e veterano, ho fatto mia la massima "non far del bene se temi l'ingratitudine" cioe' a dire "non temerla". Ho usato l'understatement come abito mentale per osservare le maree delle mode infrangersi sugli scogli del buongusto, e dal momento che (nella mia seppur breve vita) ritengo di aver fatto (e sbagliato) fin troppo, preferisco falsi movimenti, depistaggi, inazione, amministrazione del raccolto, consolidamento delle posizioni acquisite piuttosto che una partecipazione coatta acritica e svilente.
- In questi 12 anni di ritorno da Milano, ho assistito al crollo dell'ex-Jugoslavia e della DC, del PCI e delle certezze sul futuro in generale, ho accompagnato la rivoluzione digitale senza sprofondare in particolarismi tecnici, sapendo bene quale sia il ruolo di un comunicatore di professione: conoscere senza approfondire per mantenere intatta la dialettica utile per poter sintetizzare "ai tanti" i concetti cari "ai pochi". Troppe volte, e proprio qui, nel contesto tanto amato e odiato, ho visto confondere l'intelligenza con la semplice conoscenza di codici cifrati. (...oh, si: anch'io facevo talvolta la Settimana Enigmistica con la nonna. Ma era per il puro piacere, non per lavoro...) - Ho messo in salvo giovani vite in terra straniera laddove un patologico eccesso di zelo istituzionale le avrebbe stritolate, ho ricondotto all'ovile greggi di triestinita' in fuga, indirizzato talenti con l'utensile della "pro-vocazione" (termine che solo etimologicamente e' gia' tutto un programma) ed accompagnado il cambiamento di molti di voi in silenzio, nell'ombra, spiazzando un'po' tutti in quanto mancava, nel mosaico identificatorio, la tessera del lucro.
- Vai tu a spiegare quello che non si puo', non si deve dire, che non e' mistero (ma anche si), che e' vero (ma anche no'), e per fortuna, comunque, il transito e' avvenuto, l'autostima ricreata, la catastrofe evitata, la funzione assolta, la finzione svelata e Massimino puo' (alfine) riposare sugli allori di un curriculum unico ed ineguagliabile che contempla professione, si, ma anche tanta, tanta esperienza di vita vissuta. Necessita' impone il motto: chi non mi vuole? Non mi merita! Non farò finta di essere un'idiota pur di ottenere un posto di lavoro: i miei capi li scelgo fra chi non ha paura di mettersi in gioco e sà ascoltare.
Massimo Verlicchi
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Clienti gestiti dal 1992 a Trieste: Despar Utat Lucioli Eisner Krone CAD Universaltecnica Rean Ipanema Ezit Italesse Autovie Venete Mionetto Ronchi Comune Provincia ... |
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