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E' solo per rispetto delle semplici vite apparentemente dominanti, apparentemente dominate, per quell'artigianale senso della manutenzione che è giusto provare nei confronti del fagotto organico che sorregge il Poet-astro, il Cantastorie, il Divino Messaggero, che RI-velerò (coprirò nuovamente, pedantemente, pedissequamente) la narrazione reale dei fatti con un manto ermetico che mal le si addice, data l'Epoca Luminosa di Sincerità, Comprensione e Rispetto verso la quale l'humanitas dovrebbe, giocoforza, dirigersi.
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"The King of Pain". Era l'autunno del 2002, e per una fortuita serie di circostanze mi trovai a dover scegliere se proseguire la collaborazione con un gruppo di giovani talenti e coetanei arrembanti della Cittadella, o ritirarmi in buon ordine. Il ricatto era sempre lo stesso: praticare il rito tribale del sacrificio umano, far fuori un collega, eventualmente più giovane, eventualmente donna; sottostare al sopruso di una convivenza confusa e priva di responsabilità, alla mercé di psicopatie e proiezioni egotiche senza neanche il bene di una reale giustificazione economica. Per non complicare la posizione di identità tanto fragili, difese da un tenue velo di carta di riso digitale, senza voler confondere più di tanto le anime, seminai gli ultimi germogli di salutare dubbio, ben sapendo che sui terreni resi aridi dalla siccità calcolatrice ben difficilmente potranno, nel breve termine, radicare frutti di comprensione. Tantopiù che sulle rocce inamovibili del lungomare, dentro allo spartiacque-spartitraffico immobil-mente presidiato, le convinzioni sono tali e tante (e le caprette a pascolare pure) che ci vorranno alcune morti e ressurezioni prima che qualcuno di quegli ego cosi refrattari timidamente ammetta e riconosca con chi realmente aveva avuto a che fare, e germogli finalmente, libera e spontanea, una pianta di comprensione ed ascolto che gioverà a chi verrà. Per me era e resta tutto molto chiaro: essendo più forte e dotato di spirito di sacrificio, avendone il dovere, mi allontanai per preservare, proteggere qualcosa, qualcuno. Foss'anche un buon ricordo del breve periodo di baby-sitting. Ormai, a giochi fatti, s'erano insediate identità della normalizzazione. Gente senza coraggio, dal culo parato ed i denti aguzzi, abili nelle manovre di sottobosco, l'ideale per una permanenza nei palazzi del potere. A me piace la strada, dunque perchè restare? Perchè sprecare energie e talenti in una lotta intra-specifica che dissangua l'etnia e fa girare a vuoto gli ingranaggi del progresso sociale?
Poco male: viviamo nel migliore dei mondi possibili, come m'insegna l'amico Paolino Paperino, che dopo aver spianato la strada ed aperto le menti di amici e parenti, si vede rimpiazzato dal raccomandato di turno. |
Che i Principi della Restaurazione siano forse da decenni in paziente attesa, assisi sui troni del Segreto Bancario, mimetizzati fra foreste di prestanome, barricati fra le mura della convinzione di possedere un diritto divino? Arroccati in cima ad una "turris eburnea" dalla quale si adoperano per far leva sui bassi istinti dei loro simili rallentandone la crescita spirituale si da poter dividere et imperare, ed eventualmente restaurare, tornare nuovamente allo scoperto, di ritorno dagli esili, sui loro troni del malaffare, della vergogna, trascurando l'unica verità, sfuggendola fino ai limiti della clonazione di se medesimi per evitare il momento della consapevolezza.
La verità del fatto che c'è un solo Monarca Assoluto: se medesimi. Ed un solo Regno: la propria esistenza. Il resto è noia, o peggio: paranoia.
Wack Warlock, Tergeste, Gaia, Sol 3. |
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Fu così che mi avviai, dopo aver assistito alle patetiche ritualità della rimozione, come capro espiatorio mi allontanai belando, e scelsi una direzione che conoscevo bene: era da secoli che assecondavo la mia anima e le permettevo di orientarsi elasticamente verso l'alba dello spirito e simbolo di speranza, l'Est, luogo della sempiterna rinascita dalla notte del dubbio. Vagando senza soluzione di continuità, concedendo ad intrusi di zappare le mie terre e bere il mio vino, stanco com'ero di stanziare, assurgendo al ruolo del "re senza terra", padrone assoluto del niente di cui è composto qualsiasi senso del possesso umanoide associato, nomade beneandante all'inseguimento della linea d'ombra che divide giorno dalla notte, bene dal male, dubbio dalla certezza e passato dal futuro, giocando d'anticipo e andandole incontro, o inseguendola disperatamente al tramonto, fino a tarda notte.
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Avevo bisogno di una salutare sconfitta, un bagno di realtà. Qualcosa che mi facesse apprezzare fino in fondo la ritrovata libertà d'azione. Una Russia ingestibile ed inarrivabile, fredda ed ostile con la quale misurarmi senza aspettative; un gesto apparentemente masochista, di quelli insegnatimi dall'antico retaggio mercuriale, una discesa all'Ade fra morti viventi e lugubri lamenti. Memore dei megalomaniaci percorsi di tale Napoleone Bonaparte, armai un esercito, lo intitolai al Potere dell'Uomo, "the manpower", e partii. Se scelsi fra le molteplici rotte a disposizione, quella temeraria ad Est non fu a caso, anche il Barone, travestito da umile servitore, aveva riconosciuto un segno e, senza farsi riconoscere, me lo indicò: mi armai dello Specchio, del Bastone e di svariati talismani fra i quali un terribile dolore alla schiena che mi faceva comprendere ad ogni minuto, seduto davanti ad un computer, quanto mare ci fosse a questo mondo da nuotare. Tutte le mattine, scendendo nel lungo tunnel sotterraneo, chiedevo licenza agli spiriti preposti all'ingresso di quel regno d'ombra che si dipanava dalla zona dei cimiteri fino a quei confini paradossali ed assurdi che rappresentano per l'appunto la morte della morte stessa, una vasta landa desolata, priva di identità, dimenticata da Dio e svogliatamente popolata da uomini perplessi ed indecisi a tutto. Una steppa cavalcata giorno e notte, avanti e indietro, alla ricerca di un senso, di un regno, di uno scopo. Perchè no: di un Re a cui essere leale, una Regina da proteggere, una tradizione da preservare, Tavole della Legge da tramandare. Avevo in mente una visione, quella del Sacro Cuore di Gesù e l'altra, del Cuore di Leone, concomitante, adiacente, altrimenti sanguinante.
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La mia curiosità, la convinzione che non ci sia bene senza male, ed alcune indiscrezioni suggeritemi dalle voci dei boschi, mi svelarono il vero scopo della missione: fare luce sulla parte di me ancestralmente ed irrazionalmente ancorata, atavicamente e morbosamente affezionata allo stress, feudalmente bisognosa di padri padroni e madri matrone. Scelsi di andare a visitare il re dei cuori che battono forte, si, ma non come quelli di eroe che combatte, ma come quelli di un coniglio che fugge (che sempre di batticuore si tratta perchè, orsù, non c'è vergogna - fuggir quando bisogna). Quando scesi sulla sponda addentro la Palude Stigea, incontrai qualcuno che, da li, non se n'era mai andato, sin dai tempi dell'apprendistato alchimistico: quando mi vide arrivare, tanto per cambiare, provò un batticuore irrazionale... (fine del primo capitolo)
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"Vittoria" e "sconfitta", "coraggio" e "paura", "forza" e "debolezza" fanno acqua. Parole da re-inventare nel momento in cui si assurge al ruolo di pater super partes ed inizia una lucida, distaccata, disinteressata analisi (e strenua lotta) per la difesa di figli e figlie dal cannibalismo di padri e madri sbagliati, ma anche inversamente, proporzionalmente, per ribadire il concetto che "...è del mondo che sono figli" e che non sempre si ha la fortuna di mettere al mondo brava gente..
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